Partorire noi stesse

Ogni donna è portatrice del più grande miracolo che esista: la nascita. E questo sia che diventi madre oppure no.
La donna, per natura, ha in sé la capacità di partorire, di dare la vita.

Questa capacità di partorire un nuovo essere umano non riguarda solo la nascita di un bambino ma anche la nascita di noi stesse, di parti di noi.

Per noi donne la vita è un continuo processo di fecondazione, gestazione e parto: di noi stesse innanzitutto.

Ogni nuova idea che feconda la nostra interiorità ha bisogno di un periodo di attesa per prendere forza, maturare, prendere forma attraverso la nostra immaginazione ed essere poi partorita nel mondo.

Accade così anche quando ci trasformiamo: nuove idee trovano terreno fertile dentro di noi, generando profondi mutamenti e conducendoci fino allo schiudersi di un nuovo io che si può manifestare nel mondo. Quelle idee sono come stelle comete che ci guidano sempre più verso casa: noi stesse.

Queste trasformazioni ci permettono di avvicinarci sempre di più a ciò che siamo davvero.

Le esperienze più potenti e profonde che ho vissuto, sono state i miei tre parti. Tutti è tre mi hanno trasformata profondamente ma soprattutto mi hanno fatto comprendere ancora meglio la potenza che è racchiusa dentro di noi.

Il primo parto l’ho vissuto in ospedale. Volevo un parto naturale, volevo sentire tutto e vivere pienamente quella meravigliosa esperienza. Cosa assai rara e spesso impossibile in un ospedale. Ma questo l’ho capito solo in seguito.
Dopo un lungo travaglio e una dilatazione che non si completava a causa dello stress delle levatrici che mi mettevano fretta, ho ceduto all’anestesia. In quelle condizioni non riuscivo a lasciarmi andare. Troppa pressione, troppa agitazione, troppo “via vai” e troppa freddezza. E così, dopo il paracetamolo e l’ossitocina sintetica in endovena, ecco l’epidurale: un caldo fluido che spazza via ogni dolore e apre la porta del parto. Da una parte sperimentavo una sensazione di rilassamento ma dall’altra la tristezza per non sentire più nulla dalla via in giù. “Signora, spinga adesso!”, “ancora!” e dopo dieci minuti e con la levatrice che mi diceva cosa dovevo fare, è nato il mio bellissimo bambino.
Ma come? Com’era successo? Mi ero disconnessa dal mio corpo e dal miracolo che stava accadendo. Ero completamente drogata!
Maledetta anestesia! Non la volevo!
Se solo avessi avuto un po’ più di tempo e rassicurazione! Se solo fossi stata più determinta!

Dopo questa esperienza mi sono sentita triste, incompleta, tradita e soprattutto derubata della mia forza e della mia capacità di partorire.

Per questo, nove anni dopo, per il mio secondo parto non avrei mai permesso che riaccadesse! Così ho deciso di partorire nella pace di casa mia, nell’acqua e con la magica atmosfera delle mie candele profumate e con la musica rilassante. Ero libera di muovermi e di stare come volevo e soprattutto di seguire il mio istinto. Ero completamente sprofondata dentro me stessa, collegata al mio potere e al mio bambino.
Lì, in quello spazio-tempo dilatato, ho visto come mai prima la vera me, i miei limiti e la mia immensa forza. Ho capito che dentro di me c’era ancora la necessità di imparare a lasciar andare, di aprirmi completamente alla vita per lasciarla fluire attraverso di me. Solo così sarei veramente stata padrona di me stessa.
Paradossalmente, è proprio quando lasciamo andare che siamo al timone della nostra vita, perché permettiamo alla forza dentro di noi di agire come una corrente che ci porta a destinazione.

In poche ore è nato il mio bambino e mentre lo sentivo scendere verso questa vita, ad ogni spinta, spingevo fuori anche me stessa oltre ogni limite che pensavo di non poter superare, fino a che, proprio quando pensavo di non farcela, il miracolo è avvenuto!
È così che accade, quando la nostra anima è in travaglio e spingiamo con tutte le nostre forze per uscire dalla crisalide e trasformarci, ad un certo punto, superati i limiti che mai avremmo pensato di riuscire a superare, di fronte alla grandezza che ci si presenta, finalmente lasciamo andare, molliamo! Crediamo di non farcela, ma é la parte umana di noi che si arrende per lasciare che qualcos’altro avvenga, che un’altra forza agisca attraverso di noi: una forza sovrannaturale che fa accadere il miracolo della nascita e della rinascita.

È stato potente, non potrei definirlo in un altro modo.

Due anni dopo ecco il mio terzo parto, di nuovo a casa. Un parto durato pochissimo e che mi ha insegnato a lasciar andare definitivamente. Mi ha donato le mie chiavi per aprirmi alla forza della trasformazione, per dilatare il mio essere senza resistenze e permettere che ciò che deve nascere nasca, senza freni e senza paure. Ho guidato me stessa e il mio bambino verso la luce. Da sola. È stato straordinario!

Con i miei due ultimi parti sento di aver riscattato me stessa. Di essermi ripresa ciò di cui ero stata derubata.

Oggi noi donne, se scegliamo di affidarci ad un ospedale per partorire, veniamo deprivate di tutto il nostro potere. Sono i medici che ci dicono cosa dobbiamo fare e quando. È il personale sanitario che gestisce il parto, non noi. E tutto questo è assurdo!

Noi donne sappiamo come partorire! E scritto dentro di noi, nel nostro dna. Solo che ci hanno fatto credere di essere incompetenti e non abbastanza forti. E che sia meglio non provare dolore e partorire senza sentire nulla. Ma quello che non ci possono dire è che non sentire nulla è molto più doloroso dei dolori del parto!

Quel dolore in realtà, è ciò che ci apre, ci prepara a lasciar andare e che conduce il nostro bambino a noi.
È ciò che permette la liberazione della farfalla. È un dolore che ci fa sentire forti e potenti, a patto che di viverlo liberamente.

Il dolore non è sofferenza. Soffriamo quando non possiamo lasciarci andare. Se non ci sentiamo al sicuro e protette, ma spaventate e stressate, il travaglio si arresta.

E allora l’uomo che fa? Usa la forza per tirare fuori il bambino, e lì, dentro di noi, qualcosa si rompe.

Tempo fa ho letto una storia che mi ha molto commossa per la verità che esprimeva. Parlava di un uomo che voleva aiutare una farfalla a nascere. Così, prese il suo coltellino e tagliò la crisalide per liberarla. Ma poco dopo la farfalla morì.
Un miracolo interrotto dall’interferenza umana che si arroga il diritto di intervenire laddove invece dovrebbe soltanto osservare ed imparare. In un certo senso è questo che succede quando una donna viene deprivata della sua forza e della sua capacità di partorire: una parte di lei, di quel travaglio, muore o rimane intrappolata.

La natura sa come dare la vita. Tutto rinasce continuamente sotto i nostri occhi. E noi donne, che portiamo dentro di noi il grande mistero, dovremmo riappropriarci del nostro potere e della nostra competenza di partorire un bambino, noi stesse e i nostri progetti.

Non abbiamo bisogno di nessuno che ci dica come dobbiamo fare, semmai di qualcuno che ci stia accanto rispettosamente, che ci tenga la mano o che semplicemente faccia da testimone al miracolo che sta accadendo.

Natascha

(Immagine dal web)

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