Lasciar andare

“Non c’è battito.”

Sono parole impossibili da dimenticare, come quel maledetto monitor e il dolce ricordo di quel cuoricino che batteva veloce e che diceva: “Sono qui. Esisto”.

Una vita interrotta, anzi no, due vite interrotte perché da quel momento non sono stata più la stessa e la mia vita di prima se n’è andata come quel bambino che già amavo e che già immaginavo.

Ero di 11 settimane quando è successo e anche se tre mesi dopo sono rimasta di nuovo incinta ed ora ho tra le mie braccia il mio piccolino, è una ferita che non scomparirà mai. Il suo segno sarà sempre lì a ricordarmi che non si può diventare madri senza imparare a lasciare andare.

E da lì, da quel giorno che ho saputo che il mio bambino non c’era più che tutto quello che avevo vissuto prima come mamma e quello che è arrivato dopo si è unito in un unico insegnamento.

È stato terribile quando nello studio della mia ginecologa ho realizzato che avrei dovuto “espellere il prodotto del concepimento”, altrimenti, raschiamento!. Ho provato un’immensa tristezza nel sentirlo chiamare così. Ho provato paura e rabbia nel pensare che un medico avrebbe dovuto intervenire per strapparlo via da me.

Ed è lì che ho deciso che lo avrei lasciato andare. Tutto doveva accadere naturalmente. Non avrei sopportato l’intervento, così invasivo e violento.
Il giorno dopo infatti ho iniziato a sanguinare. Ma sanguinavo troppo, così tanto che sono dovuta andare in ospedale.

La dottoressa di turno, con freddezza e meccanicità, mi spiegava che per smettere di sanguinare avrebbe dovuto togliere il “prodotto del concepimento” che non riusciva ad uscire. Ancora quelle orribili parole! Mi sentivo distrutta e arrabbiata perché nessuno capiva che io avevo perso un bambino!
Ma perché tutta quella mancanza di umanità!??
È stato orribile stare lì, immobile e di fronte allo sguardo inespressivo di quella donna che non capiva il mio dolore.

Quando ha finito le ho chiesto di farmi vedere ciò che aveva tolto da me, e mentre si affaccendava a riordinare i suoi strumenti, ho avvolto quel che restava di quel corpicino in un fazzoletto e l’ho nascosto nella mia borsa. È stato istintivo…forse l’istinto di una madre.

“Signora non può portare via niente da qui, dobbiamo spedirlo per fare degli esami”.

“No, voi non portate via niente. È mio e lo porto via con me, è un mio diritto”.

Non è stato facile, ma ero irremovibile. Non avrei lasciato nulla del mio bambino in quel posto per cui era solo un rifiuto da buttare via senza alcun rispetto.

Col cuore a pezzi ho raccolto ogni parte di quel corpicino mai nato, l’ho onorato e seppellito sotto un piccolo ulivo. Sapevo che se non l’avessi fatto non sarei riuscita a superare quel dolore.

Ora ogni volta che guardo quell’alberello penso alla forza che ho avuto in quel momento e a come in qualche modo io stessa abbia allo stesso tempo raccolto e seppellito parti di me.

È stato tutto così triste eppure allo stesso tempo così potente! Il suo breve ma intenso passaggio mi ha cambiata per sempre.

Sono certa che quel bambino sia tornato tre mesi dopo dentro il mio utero e che la sua anima non mi abbia mai abbandonata e che, nel suo viaggio dentro e fuori di me stia continuando ad insegnarmi l’importanza del lasciar andare come grande prova d’amore.

Senza di lui, il suo arrivo e la sua forza, non sarei riuscita a lasciar andare via di casa mio figlio più grande e fare spazio per qualcosa di nuovo.

Per quanto un aborto sia doloroso e possa lasciare una ferita così profonda, sono certa che porti anche qualcosa di immensamente grande, perché queste anime che arrivano e poi se ne vanno, e che spesso ritornano, hanno un compito molto importante verso di noi, una missione che parla di un amore incondizionato, di liberazione e di consapevolezza.

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