Come sono uscita dalla sofferenza

Nella mia vita ci sono stati momenti bui e difficili in cui ho davvero faticato a rimanere a galla. Sono stati momenti che quando ci ripensavo, il mio corpo riviveva le sensazioni legate alle emozioni negative che vivevo in quegli attimi esageratamente lunghi.

Erano momenti in cui la paura cercava di prendere il sopravvento o il dubbio di farmi vacillare. Momenti di sofferenza in cui l’anima si rivoltava per uscirne.

Ma è stato proprio in quei momenti, quando ero piegata dalla disperazione, che quel dolore ha aperto un varco dentro di me.

Quel dolore profondo, se non trattenuto, ha il potere di spalancare il nostro cuore.

A volte dobbiamo passare di lì per liberarci da vecchie ferite o dalle gabbie che ci impediscono di stare bene.

A volte dobbiamo entrare così profondamente dentro a quelle emozioni che quasi ci perdiamo.

Ma mentre noi andiamo sempre più a fondo, qualcos’altro spinge nella direzione opposta per farci riemergere. È il nostro istinto a sopravvivere, a rimanere a galla, a lottare per la vita. È la voglia di rivedere la luce e rimanerci.

In quei momenti di buio l’unica cosa che ho potuto fare è stata chiedere aiuto. Ma non l’ho fatto cercando esteriormente qualcuno che mi aiutasse.

Più che altro in quei momenti, quel grido d’aiuto lo rivolgevo istintivamente verso “l’alto”, verso qualcosa che andava oltre me.

Era come se il mio cuore avesse chiesto alla mia anima di andare a cercare aiuto “oltre”, perché lì c’era l’aiuto di cui avevo bisogno.

Quando siamo spezzati dal dolore o dalla disperazione e chiediamo aiuto interiormente e con cuore aperto, una forza trascendente, (come la chiamava anche Jung) viene a soccorrerci.

È il richiamo dell’anima verso la nostra Scintilla, verso lo Spirito o Sè. È la richiesta alle Forze dello Spirito di intervenire in nostro aiuto.

Ed è lì che possiamo lasciar passare quell’onda di vita e di amore che può guarirci, proprio come fa una partoriente durante il travaglio.

È grazie a dolore che il canale del parto si apre e il miracolo della nascita può avvenire.

Nella Natura e nelle sue leggi noi troviamo tutte le risposte.

Eppure ci è stato inculcato che quel dolore sia una straziante sofferenza, una penitenza a cui dobbiamo per forza sottoporci. “Tu donna partorirai con dolore” è stato detto. E sembra quasi che questa “massima” l’abbiamo applicata a tutta la nostra vita!

E allora quel dolore è diventato sinonimo di tortura, sofferenza estrema, quasi una punizione e una condizione in cui dobbiamo sopportare di stare perché così qualcuno ha detto.

Ma non stanno realmente così le cose.

Il dolore e la sofferenza sono due cose diverse.

Mentre il dolore è legato ud un momento ed ha uno scopo: innescare la guarigione e aprirci al miracolo, la sofferenza è un castigo inutile a cui ci sottoponiamo o veniamo sottoposti.

La sofferenza non ha alcuno scopo evolutivo. Essa più che altro ci tiene immobili nel passato o in situazioni che non fanno che logorarci e trattenerci in uno stato di disequilibrio fino alla malattia.

Se ripensiamo al parto per esempio, quando una donna lo ha vissuto negativamente ed ha sofferto, è stato spesso a causa dell’ambiente inadatto al parto. Un ambiente che non favorisce la naturalezza della nascita e la donna, ma le impone, facendola soffrire, un modus operandi molto lontano alla sua natura (pensiamo per esempio alle posizioni poco naturali, all’uso di ormoni sintetici, alle luci troppo forti che stimolano la neurocorteccia inibendo la produzione dell’ossitocina che serve all’avvio del travaglio, alla mancanza di intimità e delicatezza del troppo viavai del personale medico spesso poco gentile, ecc..).

La sofferenza è proprio questo: un insieme di condizioni che non favoriscono il naturale sviluppo di una situazione, ma anzi, lo impediscono.

Il dolore cerca una soluzione. La sofferenza ci mantiene in una posizione di stallo.

Quando sperimentiamo un dolore causato da un evento della vita, siamo di fronte alla possibilità di una profonda guarigione, a patto appunto che niente e nessuno comprometta questo naturale processo.

A volte possiamo essere noi stesse a crearci sofferenza, per esempio sfuggendo al dolore e rimanendo impantanate in una situazione che invece dovrebbe cambiare affinché per noi sia possibile evolvere e guarire.

Quando ci facciamo male, non importa se fisicamente o interiormente, il nostro sistema sta già lavorando per la guarigione. Dobbiamo però lasciare che questo avvenga non interferendo con questo processo. Quando ci tagliamo per esempio, il dolore ci indica che c’é un ferita che necessita della nostra attenzione. Allora ci medichiamo e una volta messo un cerotto o una benda lasciamo che guarisca. Sarebbe sciocco se togliessimo continuamente la medicazione e toccassimo insistentemente la nostra ferita no?

Eppure è questo quello che facciamo quando rimaniamo in uno stato di sofferenza: continuiamo a vivere e rivivere le nostre ferite senza lasciare che guariscano.

Quando siamo in quei momenti dolorosi di buio, il nostro grido d’aiuto non viene mai ignorato. Dobbiamo solo lasciare che quella porta, seppur a volte faccia un po’ male, possa aprirsi e lasciar accadere il miracolo.

Il nostro corpo era in grado di guarire ancor prima che sapessimo quali straordinari meccanismi si mettessero in atto per riparare il danno di una ferita per esempio.

Allo stesso modo anche la nostra anima sa come fare quando una ferita interiore necessita di guarire.

Dobbiamo imparare un po’ di più a fidarci dell’Essere grandioso che siamo e che sa ciò di cui abbiamo veramente bisogno per stare bene.

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